avanti.
Vado nella mia stanza, in quella che è diventata la stanza mia, piena delle mie cose anche se arredata nello stile del casale. Ho messo la scrivania davanti al camino, con le spalle rivolte a quello che resta del fuoco di un tempo. Ho messo pile di libri sull’appoggio in muratura del camino, nell’aria c’è molto giallo pallido e tutti i miei rosa. Penso che se entrasse qui – una volta ha solo visto dall’esterno per essermi venuto a dire qualcosa - sentirebbe la mia formidabile abilità di irradiare colori nell’ambiente e nelle persone, se solo sto bene con loro. Mi guardo intorno senza fare quello che dovrei, cioè sistemarmi e prepararmi all’incontro nel suo studio. Non trovo gli occhiali, neanche li cerco per la verità, non mi guardo allo specchio. Mi tolgo lo scaldacuore di lana, me lo rimetto. Mi mordo le labbra, guardo fuori. Sono seria. Cerco di rilassarmi. Non pensare. Poi esco in apnea. Scendo i gradini. Arrivo alla sua porta, sento una musica lieve dietro. Riconosco l’odore di prima e quello di quando passo vicino alle sue cose. Avverto tutti gli odori distintamente, e il suo è fatto di milioni di profumi differenti, aromatici, carezzevoli, aspri, duri, ruvidi, in discesa, profondi. Busso, e apro senza aspettare. Solo quando sono dentro, lui senza guardare – gli occhi bassi su un foglio e in mano una penna delle sue, gli occhiali che riflettono la luce alle mie spalle - dice ‘avanti’, con la voce dai toni bassi e ormai inconfondibili. Sono in piedi a sei passi da lui, di fronte a me seduto composto e lievemente proteso verso la sua destra, da dove scrive. Mi guarda da sopra gli occhiali, se li toglie continuando a guardarmi. Sento il denudamento cominciare tra noi. I suoi occhi mi stupefanno. Nello stomaco i succhi anticipano l’idea di lui. Dico ‘allora.’. lui dice ‘sì’. Si alza e ha in mano dei fogli rilegati. Dice ‘ottimo’. Sorrido. Mi sta davanti, lascia sfogliare le pagine velocemente con la sinistra, mentre la dx ne tiene salda la costa. Il mio nome è tutto in quelle mani. Ripete ‘ottimo’. Non sopporto il mio silenzio, così dico ‘mi vengono in mente solo pensieri molto articolati, perciò scusami se non ti esprimo quanto e come mi faccia piacere’. Lui dice ‘immagino che il come sia l’articolazione’. Io dico ‘sì, l’articolazione riguarda il come’. Sento una corrispondenza perfetta, una combacianza tra i nostri pensieri. Voglio sentire il suo alito da molto vicino. Dice ‘questa è una delle cose di cui dovremmo, cioè non dovremmo…, parlare.’. dico ‘mh..’. mi sfiora il braccio spingendo l’aria che mi circonda in direzione del divano. ‘sì’, dico io. 'Sì, have sit’, lui. Mi accorgo di nuovo ma per la prima volta da quando sono nella stanza della musica, ma non capisco cosa sia, non la conosco. Mi guarda alzando il mento, versa qualcosa in due bicchieri senza chiedermi se ne voglio, siede sulla poltrona alla mia sinistra. Noto che aggiunge molto ghiaccio nel mio bicchiere. Sono sola sul divano, non so come mettere le ginocchia. Mi guarda a lungo, nessuno mi ha mai guardata così. Mi porge il bicchiere, sussurra ‘poco..’ non so se di raccomandazione, di ordine o di scusa, si siede. Beve, appoggia i gomiti sui braccioli, riprende in mano il libro dal tavolino davanti a me. torna eretto come prima, riappoggia i gomiti. Ho caldo, le mie guance sono rosse. Appena penso che se ne sia accorto se ne accorge. Ha un sorriso più tenero e dice ‘spogliati’. Io aspetto per dare il tempo al doppiosenso di palesare a lui – nel caso non fosse voluto - che a me si è palesato, e alla sua eco di piombare tra noi come qualcosa di mai detto. Arrossisco ancora ma non per avere interpretato male, semmai per la volontà chiara di mostrare di aver capito male. Per la malafede del desiderio. Mi spoglio, comunque. Tolgo lo scaldacuore. Quando lo snodo non mi sta gardando. Mi guarda da metà operazione, fino alla fine, da sopra gli occhiali. Guarda i miei seni. Si aggiusta sulla sedia quando io accavallo le gambe e mi rilasso sullo schienale del divano settecentesco. Faccio un colpetto di tosse. Anche lui. Dice ‘i like mh.. mi piace molto il tuo modo di parlare. E anche di non parlare.’ Pausa. ‘ma mi piace in modo sorprendente il tuo modo di scrivere. Anzi, i tuoi modi’. Pausa. Sto scrivendo il suo discorso, no: il nostro dialogo è stato scritto prima, forse quando ho scritto quel libro stavo già impostando questa meravigliosa conversazione, e ora la sta leggendo. Prima che riprenda, mi tocco le labbra accennando un sorriso di pudore orgoglioso. Deglutisce, si concentra, apre la bocca: ‘è un come diverso. Mi interessano i tuoi come’. ‘Bene’, dico subito io. Lo guardo più forte che posso. ‘mi piacerebbe se tu volessi …’ guardo la punta delle mie scarpe nere, guardo le sue, poi di nuovo lui. Apro la bocca sospendendo il momento, ‘… scoprirli…’. È serio. Meraviglioso. Giunge le mani sul naso, passandoci in mezzo il naso e il mento. Sembra che stia per risolvere un problema. Sorride senza guardarmi. Io dico ‘è che….’. Lui solleva il viso, mi guarda e socchiude gli occhi. Io guardo fuori perché è troppo. Dico ‘…io… non sono abituata’. Stringe la mandibola, vedo l’osso che gli scatta sul viso. Quasi a bassa voce e più lentamente della pioggia fuori, dice la cosa più emozionante della mia vita, dice: ‘Meglio’. La musica partecipa al nostro silenzio soffocandosi improvvisamente e accarezzando l’aria. Sono intorpidita come dopo una caduta o uno sforzo. Sono come nel letto appena sveglia e ancora incapace di muovermi. Mi fa male tutto eppure sto benissimo. Sono pervasa dalla novità che mi ha attraversato come un fulmine, che ha elettrizzato i miei organi, spostandoli dentro il corpo, e poi li ha lasciati cadere nel loro dolore fitto e teso, ma carichi di un’energia scintillata e vorticante. Lascio uscire del fiato dalle mie labbra semiaperte. Mi sembra che anche lui stia fermo ma quasi per muoversi. Non so come, mi alzo.Mi guarda, mi guarda, mi offro al suo sguardo. Si alza, elegante come la prima volta che l’ho visto, non capisco se è nervoso o tranquillo. Viene verso di me lentamente, non sa dove tenere le mani. Gliele guardo lentamente. Lui le tiene giù e ferme. Mi è vicino adesso. È alto, sento il calore del suo petto nelle narici. L’odore di prima. È fermo e vicino. Vicinissimo. Abbassa la testa. Sento il suo respiro come una parte di corpo che mi tocca le guance. Mi guarda negli occhi e io lo vedo un po’ fuori fuoco. Tutto davanti a me, lui è tutto qui davanti a me con tutto il suo corpo, tutto lui è qui. Non è altrove. Mi sta pensando e quasi toccando, ma non lo fa. Lo faccio io. Sollevo il braccio destro. Appoggio la mano sul suo avambraccio teso sul bracciolo. Lo attiro un poco verso di me. ci siamo sfiorati, ma l’inerzia del movimento ci ha portati di nuovo alla distanza di qualche centimetro. Il mio naso e il suo mento. I nostri occhi infilati. Socchiudo le labbra in modo che veda. Lo avvicino di nuovo. Poi mi avvicino anche io. Avvicino me stessa. Alzo il mento. sento qualcosa di molto simile al piacere di quando stavo per attaccare una figurina nel suo riquadro, sull'album. siamo addossati, un niente tra noi, un centimetro, una grandezza che non si lascia misurare, un'aria, un vetro, un muro, un tutto.


4 Comments:
mi dicesti che conoscevi il vento ...che l`avevi capito ...e allora apri le finestre e lascialo entrare ..lascia che muova le cose disperda gli odori spettini i tuoi capelli ....poi esci ...segui il volo dei gabbiani fino al mare ...mi troverai li`..ti avro` preparato un te nel deserto che potrebbe ...
...un infuso di perle e sole ....ah.... dimenticavo ..dovrai prima baciarmi .
!!!
... consideralo già fatto, anzi: tutto ancora da fare
Cazzo...mi hai lasciato senza parole,bello,anche se per leggere mi è venuto un attacco epilettico
daiiii davvero? beh così porti fede al tuo nome
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